Appunti di fotografia [60] – Perché fotografi?

La fotografia è figlia di un pensiero.

Chiediti perché fotografi.

Perché ti piace? Se la fotografia viene vissuta solo come un piacere, va benissimo. Nessuno vieta di fare fotografie solo perché ci piace, ma questo è solo un primo livello di consapevolezza… forse anche il meno interessante.

Il bello arriva quando si comprende che la fotografia è un mezzo estremamente potente se si ha qualcosa da dire: può parlare di un punto di vista del mondo, delle cose, delle persone in modo semplice e diretto.

Ma essendo un linguaggio, va prima conosciuto, studiato e solo dopo utilizzato.

Oltretutto serve anche avere qualcosa da dire.

E così, come nella vita, quando non si ha nulla di interessante da esporre si può semplicemente restare in silenzio.

La fotografia si fa dalla fronte in su! Occorre pensare… porsi delle domande:
– Perché sto fotografando quello che sto fotografando?
– Cosa penso di quello che vedo?
– Come posso esprimere questo concetto al meglio attraverso la fotografia?

É solo così che la luce, il taglio, la post assumono un senso: tutto diventa funzionale rispetto a ciò che vogliamo dire e non il contrario.

Perché ormai non è più questione di fare una bella fotografia.
Serve avere un punto di vista personale sul mondo, sulle cose e sulle persone e poi imparare, attraverso il linguaggio della fotografia, ad esprimerlo.

Hai veramente qualcosa di interessante da dire?

Se la risposta è sì, la fotografia è un mezzo straordinario per dirlo.

Un’interessante spunto di riflessione tratto da una newsletter di Michael Bertolasi a cui sono iscritto. E’ una cosa che ho sempre sostenuto e che ho sentito ormai tante volte da tutti gli interventi di Settimio Benedusi in giro per il web, ma è un aspetto della fotografia che va sempre ricordato e sottolineato.

Appunti di fotografia [44] – Fotografia e Bianco e nero, Piergiorgio Branzi

Rispondendo alla domanda “come, perché e quando è entrata la fotografia nella tua vita?“, Piergiorgio Branzi dice:

“[…] Per la prima volta, avevano organizzato a Firenze, subito dopo la guerra, una prima mostra di fotografia di Cartier-Bresson. Io conoscevo la fotografia come spettatore, lettore, ma non che cosa era e che cosa si poteva fare […]. Questo complesso di fotografie di Cartier-Bresson evidentemente avevano […] (dato) quasi uno shock. Io avevo una continuità giornaliera con la scrittura, gestivo una libreria che aveva fondato mio padre […], trovare l’oggetto di una macchinetta che riusciva in poche immagini a creare un mondo nuovo ma chiaramente vero, molto più di qualunque altra descrizione vocale. E quindi la imparai a memoria, me la rivedevo […] e quindi volli provare. […] Allora decisi di andare a Parigi a cercare di conoscere Bresson. Era diventata una forma “nervosa” (ossessione), non potevo non vederlo di faccia. Riuscii a trovare l’indirizzo della Magnum e decisi di andare a suonare e chiedere di parlarci. […] Suonai […] e cosa dire? La verità […] “devo vedere Cartier-Bresson” e poi apparve lui. […] Ripartii la stessa sera col cuore in subbuglio.”

E poi un’altra frase mi ha catturato:

“Uno le coglie (le fotografie) a colori e rimangono a colori. Il bianco e nero seguiti a metterci mentalmente il colore e quindi, secondo me, sono più colorate di quelle colorate sulla pellicola stessa, perché ci metti qualcosa di tuo.”

Tratto da “Dritto negli occhi. Conversazioni fotografiche | Un mondo nuovo ma vero. Incontro con Piergiorgio Branzi