Appunti di fotografia [96] – Il contesto in cui è immersa una fotografia

Riporto qui di seguito alcune frasi che mi hanno fatto riflettere tanto. Mi hanno fatto capire come, forse, purtroppo, una fotografia e quindi un autore, possa emergere in modo differente a seconda che il contesto in cui è immersa sia bello/rilevante o meno.

Ma forse sta anche nella bravura del fotografo riuscire a scegliere il contesto adatto a far spiccare nel migliore dei modi la propria fotografia. E qui potrebbero entrare in gioco anche argomenti/fattori come la fortuna o il trovarsi al momento giusto nel posto giusto.

La fotografia più bella del mondo te la appendi a casa e non se la vede nessuno.

E’ incredibile come il media, la cornice che c’è attorno alle tue foto, facciano quasi totalmente la qualità del tuo lavoro.

Se tu pubblichi lo stesso identico lavoro su un giornale del c. o su un giornale figo, fa la differenza. Quindi in realtà è anche l’aspetto illuminato e illuminante di chi utilizza e di come utilizza le tue foto che è fondamentale. Almeno in editoria.

Tratto dalla puntata Spotify di Convivium con Maki Galimberti: https://open.spotify.com/episode/4wpI0eHyv8vyNYWKK5Q1zV?si=PAeYSnD2QH-NscMO-r4teQ

Appunti di fotografia [84] – Richard Avedon… dopo la mostra

Alcune delle frasi che ho letto alla mostra “Relationships” di Richard Avedon (Palazzo Reale, Milano) che vorrei condividere:

I miei ritratti riguardano più me stesso che le persone fotografate.

Se passa un giorno senza che io faccia qualcosa che riguardi la fotografia, sento di aver tralasciato qualcosa di fondamentale per la mia esistenza; come se avessi dimenticato di svegliarmi.

Penso che il fascino sia la la capacità di essere veramente interessati agli altri.

Spesso sento che le persone vengono da me per essere fotografate come andrebbero da un medico o da una cartomante: per sapere come stanno. Quindi dipendono da me. Devo coinvolgerli.”

Penso che tutta l’arte riguardi il controllo – l’incontro tra il controllo e l’incontrollabile.

Sono sempre le persone a stimolarmi. Quasi mai le idee.

Preferisco sempre lavorare in studio. Così i soggetti vengono isolati dal proprio contesto e diventano, in un certo senso… simboli di loro stessi.

Le mie fotografie non scendono sotto la superficie. Non scendono sotto nulla. Piuttosto, leggono la superficie. Ho molta fiducia nelle superfici. Una buona superficie è piena di indizi.

Le immagini di Avedon ci raccontano la loro storia senza ricorrere alle parole. Catturano un momento nel tempo eppure rimangono eterne.”