Questi appunti li avevo presi dopo aver guardato il video https://youtu.be/EypfeNwEbtE di Aspiranti Fotografi in cui Michael Bertolasi intervista Settimio Benedusi. Ho estrapolato le parti che ritengo fondamentali, credo che qui ci sia proprio l’essenza della Fotografia con la F maiuscola. Si può essere d’accordo o meno con questa visione e con alcune affermazioni ma credo che in ogni caso ci siano degli spunti di riflessione pazzeschi!

Sostituire alla parola fotografia la parola LINGUAGGIO.
La fotografia è un linguaggio. E’ una maniera per dire le cose.
Con la sua grammatica, la sua sintassi e semantica.

Un fotografo può dire le stesse identiche cose che dici tu, con la fotografia.

Tutti noi sappiamo scrivere ma nessuno si definisce scrittore.

Se uno ha l’ambizione di far vedere agli altri quello che ha fatto (dalla copertina del New York times alla propria pagina di facebook) deve essere onesto con sé stesso e deve analizzare se quello che sta facendo, lo sta facendo in una maniera che è utile, che ha un interesse, e cioè se corrisponde ad essere un linguaggio.

Se io scrivo la lista della spesa, non sono uno scrittore. Se scrivo la lista della spesa e dico “guardate che bella poesia che ho scritto”, faccio del male a tutti.

La fotografia che era stata fatta da un non professionista all’infermiera che dorme sulla tastiera di un computer in periodo Covid è fantastica, perché ha un racconto, ha un significato.
Infatti: la VERA, BUONA, GIUSTA, LEGITTIMA FOTOGRAFIA RACCONTA QUALCOSA, HA UN SIGNIFICATO.

Il tramontino, ad esempio, è fatto per sé.
La fotina delle Maldive, ha solo un motivo: accrescere l’ego.
O la fotina della maschera veneziana. Guardala la maschera veneziana, non fotografare queste cose inutili!
Tutte le foto inutili, sono inquinamento visivo! Fanno male a tutti e soprattutto alla fotografia!

La DISCRIMINANTE QUINDI è che la Fotografia deve avere una motivazione, un senso, un perché.
Da professionista, il migliore dei sensi è che ti paghino.

La fotografia professionale è morta.
La fotografia è vivissima invece.

Il fotografo non riproduce la realtà, ma la cambia, SEMPRE.

La fotografia è una MARATONA.
Non è fare una foto, per cui uno dice “uh, che bello”.
E’ fare un progetto.
E’ un percorso lungo, complesso.
Uno deve fare la maratona pensando che ha davanti 40 Km. Se io faccio una maratona con il campione del mondo, nei primi 20 metri vado più veloce io, ma è una cazzata fare così.

Il mio cervello si attiva quando voglio dire delle cose.

Serve il PERCHE’ uno fa le cose, non i tecnicismi inutili, f/2.8, f/…
La fotografia deve avere l’ETICA e la MORALE. Perché fai quella fotografia? Che significato ha? Cosa vuol dire? Cosa stai raccontando al mondo di così fondamentale che lo devi fotografare e diffondere?

“Quando io ho qualcosa da dire, fotografo”. Io penso alla fotografia SEMPRE.
E’ il mio linguaggio ed è anche sopravvivenza. Lo faccio per vivere, ma è anche il mio ossigeno, è quello che mi permette di mettermi in relazione con il mondo, di raccontare il mondo.

Ha senso prendere la fotocamera e usarla se pensi che quello che farai non è per te stesso ma per interesse degli altri. Viviamo nel narcisismo, nell’ego. Cerchiamo di attenuarlo facendo delle cose che interessano gli altri! Facciamo un dialogo, non un monologo perché i monologhi non interessano a nessuno. E’ uno scambio.

Tutti gli scrittori all’inizio sono andati in prima elementare, hanno scritto piano piano “il libro è sul tavolo”. Però non è che scrivere “il libro sul tavolo” è fare una poesia. Quindi nessuno vieta di cominciare dalle elementari della fotografia e fotografare gatti, tramonti,… ma poi bisogna fare lo scatto (on/off) per capire che la fotografia è raccontare delle cose. Bisogna studiare, conoscere ad esempio:

Le verifiche di Ugo Mulas
Sulla fotografia di Susan Sontag
Camera Chiara di Roland Barthes
In the american west di Avedon
Le fotografie di Walker Evans
Il lavori della Farm Security Administration
Dorothea Lange, la fotografia della madre migrante.
Edward Weston
Alfred Stieglitz

Altri libri citati:
Furore di John Steinbeck,
La nausea di Jean-Paul Sartre
Il visconte dimezzato di Italo Calvino

Anche il grande cinema del passato che serve a concimare quello che uno è.

SE VOGLIAMO DARE LA GRANDE RICETTA:
Bisogna unire i grandi insegnamenti dei grandi fotografi, che sono la base, le fondamenta, con quello che siamo; bisogna mettere sé stessi!
Accettare sé stessi, con i nostri limiti, le nostre ombre. E andare sempre più all’essenza. E’ un percorso lunghissimo.

Non comprare i libri sulle pose fotografiche.
La posa fotografica è come la gente è, è la vita, la verità,… non la gente che mette la manina simulando “il mal di testa”.
La posa insegna il conformismo! E’ come se ti insegnassi come mettere le mani quando baci la tua ragazza! NO! Le mani la accarezzeranno inevitabilmente nella maniera giusta. La posa deve essere una conseguenza se proprio si vuole parlare di posa! Guardate Caravaggio se proprio si vogliono imparare le pose. Andate nei musei, guardate i quadri, i grandi fotografi… Il libro della posa fotografica è deleterio! Danneggia chi comincia a far fotografia!

La bellezza è un MEZZO o una CONSEGUENZA, ma non deve essere mai il FINE.

Il mestiere di un AUTORE è scavare. In profondità.
Correre il rischio, metterci del tuo, “sanguinare” (citando Ernest Hemingway: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”).
Il vero autore è diverso da tutti gli altri, ma i principi sono sempre gli stessi.

Sui RITRATTI:
Siamo qui al vostro servizio, siamo qui per voi.
Una luce laterale, un volto. Nessuna posa.
C’è solo la tua verità, il tuo essere al mondo. Il tuo raccontare attraverso una stampa. C’è la vita di ognuno di noi.
Ogni fotografo mette del suo.
E ogni fotografato dona la sua vita. E’ una potenza rivoluzionaria spaventosa.
Un telo grigio, nero, 2 metri quadri.
Ho tolto tutto. Bianco e nero. Ho lasciato l’essenziale, la vita!