Appunti di fotografia [19] – Il maggior difetto dei fotografi

Dopo anni che osservo il mondo della fotografia, conferenze, corsi, dirette Instagram, Clubhouse,… ho capito qual è il difetto più grande di tutti i fotografi, sia quelli meno conosciuti che, purtroppo, quelli più affermati: l’EGO smisurato. A questo si aggiunge la loro idea che i lavori di tutti gli altri fanno schifo.

L’aspetto più strano, a mio avviso, è che le stesse persone che sono piene di ego vanno in giro a insegnare agli altri di azzerare il proprio ego. Mah!

Appunti di fotografia [18] – Sul ritratto…

Perché mi stai fotografando?
Cosa davvero ti ha colpito di me?

Quando tu vuoi fare una buona fotografia e vuoi farla davvero…. devi essere disposto a sbagliarle tutte!
Devi rischiare tanto da non essere sicuro di portare a casa il risultato!
Voglio una foto in cui tu rischi e fai rischiare anche me. In cui il nostro rapporto è un rapporto perché in qualche modo entriamo in connessione.

Per migliorare non solo hai bisogno di trovare un mentore, ma qualcuno che abbia i tuoi stessi valori, che sappia comprendere le tue esigenze e che anche forse ti aiuti a demolirti un po’, ma solo per ricostruirti migliore di prima.

Appunti presi da: https://youtu.be/g18HGWo6NFc, Michael Bertolasi e Toni Thorimbert.

Appunti di fotografia [17] – Stare lontani da questi workshop…

Vorrei dare un consiglio che sembrerà stupido a molti o sarà preso come una battuta (è stato così quando l’ho messo in una story di Instagram), ma che reputo davvero importante per i fotografi di tutti i livelli:

quando volete partecipare a un workshop fotografico ma nemmeno la descrizione dello stesso è chiara e/o è piena di errori ortografici…
…EVITATELO!

Vi accorgerete che quella poca attenzione e preparazione per creare la vetrina del workshop sarà presente nel workshop stesso.

Sto generalizzando? Non è sempre così? Può essere, ma ho deciso di non dare nemmeno una possibilità a chi si presenta già nel peggiore dei modi, e reputo che sia il primo passo per combattere l’ignoranza dilagante nei corsi di fotografia.

Appunti di fotografia [16] – LA Fotografia (qui c’è taaanto)

Questi appunti li avevo presi dopo aver guardato il video https://youtu.be/EypfeNwEbtE di Aspiranti Fotografi in cui Michael Bertolasi intervista Settimio Benedusi. Ho estrapolato le parti che ritengo fondamentali, credo che qui ci sia proprio l’essenza della Fotografia con la F maiuscola. Si può essere d’accordo o meno con questa visione e con alcune affermazioni ma credo che in ogni caso ci siano degli spunti di riflessione pazzeschi!

Sostituire alla parola fotografia la parola LINGUAGGIO.
La fotografia è un linguaggio. E’ una maniera per dire le cose.
Con la sua grammatica, la sua sintassi e semantica.

Un fotografo può dire le stesse identiche cose che dici tu, con la fotografia.

Tutti noi sappiamo scrivere ma nessuno si definisce scrittore.

Se uno ha l’ambizione di far vedere agli altri quello che ha fatto (dalla copertina del New York times alla propria pagina di facebook) deve essere onesto con sé stesso e deve analizzare se quello che sta facendo, lo sta facendo in una maniera che è utile, che ha un interesse, e cioè se corrisponde ad essere un linguaggio.

Se io scrivo la lista della spesa, non sono uno scrittore. Se scrivo la lista della spesa e dico “guardate che bella poesia che ho scritto”, faccio del male a tutti.

La fotografia che era stata fatta da un non professionista all’infermiera che dorme sulla tastiera di un computer in periodo Covid è fantastica, perché ha un racconto, ha un significato.
Infatti: la VERA, BUONA, GIUSTA, LEGITTIMA FOTOGRAFIA RACCONTA QUALCOSA, HA UN SIGNIFICATO.

Il tramontino, ad esempio, è fatto per sé.
La fotina delle Maldive, ha solo un motivo: accrescere l’ego.
O la fotina della maschera veneziana. Guardala la maschera veneziana, non fotografare queste cose inutili!
Tutte le foto inutili, sono inquinamento visivo! Fanno male a tutti e soprattutto alla fotografia!

La DISCRIMINANTE QUINDI è che la Fotografia deve avere una motivazione, un senso, un perché.
Da professionista, il migliore dei sensi è che ti paghino.

La fotografia professionale è morta.
La fotografia è vivissima invece.

Il fotografo non riproduce la realtà, ma la cambia, SEMPRE.

La fotografia è una MARATONA.
Non è fare una foto, per cui uno dice “uh, che bello”.
E’ fare un progetto.
E’ un percorso lungo, complesso.
Uno deve fare la maratona pensando che ha davanti 40 Km. Se io faccio una maratona con il campione del mondo, nei primi 20 metri vado più veloce io, ma è una cazzata fare così.

Il mio cervello si attiva quando voglio dire delle cose.

Serve il PERCHE’ uno fa le cose, non i tecnicismi inutili, f/2.8, f/…
La fotografia deve avere l’ETICA e la MORALE. Perché fai quella fotografia? Che significato ha? Cosa vuol dire? Cosa stai raccontando al mondo di così fondamentale che lo devi fotografare e diffondere?

“Quando io ho qualcosa da dire, fotografo”. Io penso alla fotografia SEMPRE.
E’ il mio linguaggio ed è anche sopravvivenza. Lo faccio per vivere, ma è anche il mio ossigeno, è quello che mi permette di mettermi in relazione con il mondo, di raccontare il mondo.

Ha senso prendere la fotocamera e usarla se pensi che quello che farai non è per te stesso ma per interesse degli altri. Viviamo nel narcisismo, nell’ego. Cerchiamo di attenuarlo facendo delle cose che interessano gli altri! Facciamo un dialogo, non un monologo perché i monologhi non interessano a nessuno. E’ uno scambio.

Tutti gli scrittori all’inizio sono andati in prima elementare, hanno scritto piano piano “il libro è sul tavolo”. Però non è che scrivere “il libro sul tavolo” è fare una poesia. Quindi nessuno vieta di cominciare dalle elementari della fotografia e fotografare gatti, tramonti,… ma poi bisogna fare lo scatto (on/off) per capire che la fotografia è raccontare delle cose. Bisogna studiare, conoscere ad esempio:

Le verifiche di Ugo Mulas
Sulla fotografia di Susan Sontag
Camera Chiara di Roland Barthes
In the american west di Avedon
Le fotografie di Walker Evans
Il lavori della Farm Security Administration
Dorothea Lange, la fotografia della madre migrante.
Edward Weston
Alfred Stieglitz

Altri libri citati:
Furore di John Steinbeck,
La nausea di Jean-Paul Sartre
Il visconte dimezzato di Italo Calvino

Anche il grande cinema del passato che serve a concimare quello che uno è.

SE VOGLIAMO DARE LA GRANDE RICETTA:
Bisogna unire i grandi insegnamenti dei grandi fotografi, che sono la base, le fondamenta, con quello che siamo; bisogna mettere sé stessi!
Accettare sé stessi, con i nostri limiti, le nostre ombre. E andare sempre più all’essenza. E’ un percorso lunghissimo.

Non comprare i libri sulle pose fotografiche.
La posa fotografica è come la gente è, è la vita, la verità,… non la gente che mette la manina simulando “il mal di testa”.
La posa insegna il conformismo! E’ come se ti insegnassi come mettere le mani quando baci la tua ragazza! NO! Le mani la accarezzeranno inevitabilmente nella maniera giusta. La posa deve essere una conseguenza se proprio si vuole parlare di posa! Guardate Caravaggio se proprio si vogliono imparare le pose. Andate nei musei, guardate i quadri, i grandi fotografi… Il libro della posa fotografica è deleterio! Danneggia chi comincia a far fotografia!

La bellezza è un MEZZO o una CONSEGUENZA, ma non deve essere mai il FINE.

Il mestiere di un AUTORE è scavare. In profondità.
Correre il rischio, metterci del tuo, “sanguinare” (citando Ernest Hemingway: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”).
Il vero autore è diverso da tutti gli altri, ma i principi sono sempre gli stessi.

Sui RITRATTI:
Siamo qui al vostro servizio, siamo qui per voi.
Una luce laterale, un volto. Nessuna posa.
C’è solo la tua verità, il tuo essere al mondo. Il tuo raccontare attraverso una stampa. C’è la vita di ognuno di noi.
Ogni fotografo mette del suo.
E ogni fotografato dona la sua vita. E’ una potenza rivoluzionaria spaventosa.
Un telo grigio, nero, 2 metri quadri.
Ho tolto tutto. Bianco e nero. Ho lasciato l’essenziale, la vita!

Appunti di fotografia [15] – Ugo Mulas

Il bianco e nero mi interessa di più per una ragione molto elementare. Il colore sembra più falso proprio perché dal colore ci si aspetta la verità, ma sono i colori che la Kodak prepara nelle emulsioni. Il cielo diventa di quel blu che è stato messo dalla Kodak.
Col bianco e nero sai già che ti trovi di fronte ad un’astrazione. Sai già in partenza che fai una cosa che non è naturalistica perché dai equivalenti neri, bianchi, grigi, a quelli che sono poi i colori e quindi questa consapevolezza dell’artificio ti aiuta poi ad accettare il risultato.
Col bianco e nero il discorso è più ideologico, mentale. Il bianco e nero è più un mezzo, un mezzo per fare un discorso, mentre il colore diventa fine a se stesso.

Nel ritratto, l’uomo davanti e quello dietro l’obiettivo sono consapevoli di quel che avviene.

Come i bambini che non sanno ancora parlare, e quando cercano o vogliono una cosa si esprimono avvicinandosi ad essa, toccandola, o fiutandola, o indicandola con mille atteggiamenti diversi, così il fotografo, quando lavora, gira intorno all’oggetto del suo discorso, lo esamina, lo considera, lo tocca, lo sposta, ne muta la collocazione e la luce, e quando finalmente decide di impossessarsene fotografandolo, non avrà espresso che una parte del suo pensiero.

Forse per questo quando entro nello studio di un pittore, sento di dover lasciar fuori le mie idee precostituite, i miei sofismi sulla sua pittura. Posso lavorare solo sui materiali che trovo, su ciò che l’artista mi mostra, su ciò che esiste. E quando mi scordo di questo, è la macchina che mi richiama alla realtà; questo è il limite ma anche il vantaggio del fotografo rispetto al critico. Come le parole che cambiano a seconda delle persone a cui ci si rivolge, così il mio comportamento, il mio atteggiamento cambia a seconda di chi mi sta di fronte. E’ quindi evidente che il fotografare si risolve in uno studio del comportamento.

Capita, dopo poco tempo, che si dimentica quanto si deve alla macchina. Ti sembra che tutto succeda per opera tua, e finisci col chiedere all’apparecchio di trasmetterti tutto il suo potere senza preoccuparti dello scopo, purché ti garantisca il successo.

C’è un senso di immobilità nelle fotografie, fermare il gesto per sempre e prolungarlo all’infinito. E’ come se il tempo non corresse più. Una sensazione paurosa che fa pensare alla morte. Un tempo immobile, ininterrotto, che dà l’angoscia di continuare a vivere nell’immobilità assoluta.

Quando si fa il ritratto a una persona si può assumere un’infinità di atteggiamenti verso questa persona, e farle assumere un’infinità di atteggiamenti verso chi fotografa. Non c’è ritratto più ritratto di quello dove la persona si mette lì in posa, consapevole della macchina e non fa altro che posare, invece solitamente quando si dice che si vuole essere naturali non si intende essere naturali verso se stessi ma essere naturali verso la macchina, cioè verso il fotografo, come per ingannarli, dire io sono qui ma fingo di non sapere che voi ci siete, così la mia finzione sarà più credibile. Invece fotografare uno mentre fa qualcosa è registrare un fatto, quindi fare della cronaca. Il ritratto in un certo senso è qualcosa di più nobile rispetto alla fotografia di cronaca purché non ci sia nessuna reticenza, nessuna finzione verso l’operazione nel suo insieme, che deve essere la più scoperta la più diretta possibile.

Io non voglio essere legato tutto il giorno e tutta la vita a pochi attimi eccezionali. Io voglio che ogni momento della mia vita possa essere un attimo eccezionale. La verità è tutta la nostra vita, tutta la nostra giornata minuto per minuto e ogni minuto può valere l’altro e anzi deve valere l’altro, come non credo ad esempio, come non ho mai creduto, che per fare la bella fotografia sia necessario andare in Cina, in India, in Russia. Ho sempre voluto credere che nella mia stanza e nella mia casa avrei potuto fare qualsiasi ricerca fotografica di grande livello. Ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato quanto individuare una propria realtà, dopodiché tutti gli attimi più o meno si equivalgono. Circoscritto il proprio territorio, ancora una volta potremo assistere al miracolo delle immagini che creano se stesse, perché a quel punto il fotografo deve ridurre il suo intervento alle operazioni strumentali, l’inquadratura, la messa fuoco, la scelta del tempo di posa in rapporto al diaframma, e finalmente il clic. Qui grazie all’apparecchio noi accettiamo la vita in tutta la sua realtà, quindi anche in ogni suo attimo fuggitivo. Al fotografo il compito di individuare una sua realtà, alla macchina quello di registrarla nella sua totalità.

Il tempo acquista una dimensione astratta nella fotografia, non scorre naturalmente come accade nel cinema o nella letteratura. Sullo stesso foglio nello stesso istante coesistono tempi diversi.

Tratti da: Rothko/Mulas – Rai 5, Art night, St. 2020/21, Ep. 13.